Dipendenze senza sostanze

A questa tipologia di dipendenze appartengono soprattutto comportamenti di per se innocui, (addirittura in larga parte quotidiani, familiari e comuni alla maggior parte delle persone) che diventano però problematici dal momento in cui l’individuo non riesce più a gestirli e quindi a farne a meno. Anche in questo caso ci troviamo dinnanzi ad un processo progressivo che conduce - attraverso fasi di abitudinarietà, di assuefazione e di abuso - fino ad una vera e propria dipendenza, ossia ad un comportamento di tipo compulsivo che determina e scandisce rigorosamente ogni momento della giornata, e dunque dell’esistenza tutta, di coloro che ne sono affetti.

Si tratta di forme di dipendenza che hanno conosciuto una diffusione soprattutto negli ultimi decenni. Inoltre va considerato il ruolo assunto a tale riguardo dalle nuove tecnologie, in particolare dai moderni mezzi di comunicazione: essi non vanno demonizzati, sarebbe assurdo, ma occorre riflettere sull’effettivo rischio che l’abuso tanto di TV quanto di Internet e del cellulare comportano proprio in relazione alla sempre maggiore fragilità delle relazioni interpersonali, sia che si tratti dell’ambito strettamente familiare, sia che si considerino le relazioni sociali in tutta la loro estensione. Sta di fatto che nella società contemporanea questo tipo di contatti fra le persone sempre più problematico, vuoi per la mancanza di spazi fisici in cui ciò possa avvenire, vuoi per la mancanza di tempo causata dalla pressione esercitata da altri fattori che scandiscono la quotidianità del singolo individuo,vuoi infine perché questi nuovi mezzi di comunicazione sono più veloci comodi, soddisfano le esigenze di velocità e semplicità dell’imperante e frenetico stile di vita.


Dipendenza da videogiochi

Il gioco costituisce una fase importante dello sviluppo individuale poiché è alla base della capacità di interagire e di relazionarsi con gli altri. I bambini imparano a muoversi, a stare con gli altri, a distinguere realtà e fantasia, a immaginare ed anche a seguire determinate regole (molti giochi si svolgono secondo norme ben codificate) attraverso l’attività ludica prima ancora che intervengano istruzione, leggi, ecc.. Inoltre, il gioco accompagna tutta la vita di una persona (anche gli adulti giocano!): infatti rappresenta un’importante valvola di sfogo, un mezzo ricreativo fondamentale per far fronte allo stress e per scaricare la tensione accumulata durante le ore dedicate alle attività lavorative o alle responsabilità.

Per tutti questi motivi occorre tener presente che, di per sé, il gioco è un’attività assolutamente utile, addirittura indispensabile.

Nel corso degli ultimi anni, però, il gioco come altri aspetti del vivere quotidiano, ha subito l’influenza dello sviluppo tecnologico: i videogiochi non sono altro che il frutto di questa evoluzione ed in questo senso non hanno necessariamente una valenza negativa. I rischi sorgono quando al semplice giocare subentra un comportamento non più commisurato alla funzione ludico-ricreativa e al divertimento, bensì eccessivo sia in termini quantitativi (tempo dedicato) che qualitativi (il tipo di gioco, il senso che gli si attribuisce) e quindi problematico.

I videogiochi sono e restano giochi e, in quanto tali, non vanno demonizzati: infatti possono facilitare lo sviluppo di capacità come la velocità di reazione o decisionale; d’altro canto non bisogna dimenticare che alcune caratteristiche (per es. non è indispensabile avere uno sfidante in carne ed ossa; sono avvincenti;ecc.) li rendono possibili fonti di abuso e consumo eccessivo, fino all’insorgenza di vere dipendenze da videogiochi. I videogames sono spesso utilizzati dal singolo che, in solitudine, instaura una vera e propria sfida nella quale l’antagonista non è altro che il computer: del resto del mondo non importa più nulla: la sola cosa che conta è la macchina da sconfiggere! Così però s’acuisce la condizione di isolamento (con il relativo peggioramento dei rapporti interpersonali-sociali) nonché la perdita di contatto con la realtà (col tempo la sola realtà che il giocatore percepisce è quella virtuale proposta dal videogioco, del quale non può più fare a meno). La macchina diventa un mezzo per costruire o consolidare la stima che il giocatore possiede nei confronti di se stesso. Ogni vittoria genera un effetto positivo sull’autostima, mentre la sconfitta implica la necessità di una rivalsa; dunque di un’ulteriore sfida col rischio che il bisogno di continuare a giocare diventi incontrollabile e quindi un desiderio problematico (“craving”).

Un ulteriore problema legato al videogioco ed ancora di più all’abuso (per le conseguenze cui può condurre in rapporto alla realtà delle azioni ed ai comportamenti) riguarda il tipo di situazione proposta durante il gioco: spesso si tratta di scenari in cui prevale la violenza o l’aggressività oppure addirittura comportamenti inaccettabili dal punto di vista etico-morale. Le conseguenze sono da prendere seriamente in considerazione dal momento che gran parte degli utenti di videogames è costituita da bambini o ragazzi.

Inoltre, la dipendenza da videogiochi ha delle ripercussioni nefaste sulla vita del giocatore dipendente: ne va del lavoro, del rendimento scolastico, e molto spesso si assiste ad un deterioramento dei rapporti familiari (manca il tempo per discutere, si accumula aggressività,..) e della salute ( mal di testa, stanchezza, male agli occhi, sono solo alcuni dei sintomi da abuso di videogiochi).

Dipendenza da gioco d’azzardo (gioco d’azzardo patologico)

Il 98% della popolazione svizzera gioca almeno occasionalmente; il gioco d’azzardo patologico colpisce lo 0,79%.A primavista sembra una cifra irrisoria, ma chi ne è colpito entra in una spirale di sofferenze, menzogne, debiti e disperazione, dalla quale è difficile uscire e che finisce per intaccare e deteriorare la vita di chi vive a contatto col giocatore.

Il gioco d’azzardo è una componente presente in tutte le culture e in tutte le epoche: Caligola e Nerone (imperatori romani) erano giocatori patologici, come pure F. Dostojevkij che scrisse Il giocatore proprio per far fronte ai debiti di gioco.

Quando si parla di gioco d’azzardo occorre tener presente che si tratta di un gioco fondato sul caso: ciò significa che non ci sono né doti, né competenze, né criteri che permettono di esercitare un controllo anche minimo su ciò che accadrà, poiché questo è assolutamente aleatorio ed imprevedibile.

In italiano il termine gioco è ambiguo: lo utilizziamo sia per indicare il gioco come insieme di regole per saper fare e prevedere (p. es. il gioco del calcio, la dama e gli scacchi); sia per indicare il gioco legato ai concetti di caso e ricompensa (fortuna)

In questo seconda accezione il gioco implica che vengono messi in palio denaro o oggetti di valore e che, una volta accettati i termini della posta in gioco, questa è irreversibile (non si può tornare indietro, avere ripensamenti e ritrattare a posteriori la propria puntata).

Il denaro svolge un ruolo centrale: questo perché rappresenta un bene dotato di un’indispensabile particolarità: attraverso la cessione di denaro è possibile ottenere, in proporzione, ogni altro bene. Il gioco d’azzardo è perciò considerato un’attività in grado di produrre un valore (il denaro) che permette di accedere ad altri valori (ricchezza, prestigio, lusso, una bella casa, un’automobile, ecc.)

Purtroppo, ci sono persone convinte che anche il caso abbia le sue regole e che è sufficiente scoprirle per potersi accaparrare la posta in gioco e dunque arricchirsi. Queste persone sono convinte che esistano strategie che consentono di vincere, ed il fatto che a volte casualmente capiti che qualcuno vinca, non fa che convalidare questa illusione.

L’uomo spesso attribuisce al caso regole inesistenti, quest’attitudine si ricollega ad una forma di pensiero “magico”, con antichissime radici, secondo il quale anche la casualità ed il fato sono manipolabili e dominabili da colui che è in grado di appropriarsi di queste arcane leggi e segreti meccanismi.

Questo pensiero è il fondamento di atteggiamenti tipici del giocatore d’azzardo, ossia:

la convinzione che svolgere un ruolo attivo nel gioco permette di determinarne l’esito (p.es. lanciare con forza i dadi per ottenere un numero alto);

considerare il gioco una sfida (contro il croupier, la macchina ecc.) quando invece il caso è “l’avversario” da battere ed in realtà contro di esso non c’è sfida, partita vinta o persa;

credere che maggiore esperienza nel gioco porti benefici in quanto le esperienze acquisite permetterebbero di scoprire e capire quelle famose regole della fortuna;

credere che la complessità delle regole sia proporzionale alla possibilità di controllo sul gioco: più regole il gioco deve rispettare più si ha la sensazione di poterne controllare gli esiti (ma è una pura illusione: le “regole del gioco” definiscono le modalità dello stesso, non governano il caso!).

Il gioco appare come una fonte (inaffidabile e incerta!) di guadagno, una soluzione “facile” per il sempre crescente bisogno di denaro: aumentano i giocatori ed aumentano, di conseguenza, le tipologie (scommesse, lotterie, carte, dadi, ecc.) ed i luoghi dove praticarlo (kursaal, case da gioco, gran casinò, ecc.). Questo porta ad una facilità di acceso e ad un’assiduità al gioco (vuoi per verificare le proprie capacità, vuoi per recuperare le somme perse) che costituisce l’anticamera alla dipendenza e al gioco patologico. Non tutti i giochi hanno lo stesso impatto sull’insorgenza della dipendenza ma, quando la passione per l’azzardo diventa un’ossessione (non se ne può fare a meno) e si finisce per giocare più di quanto si possiede, allora si può parlare di dipendenza da gioco d’azzardo, di una vera e propria malattia (anche se i giocatori patologici sono selettivi e non dipendono mai da tutti i giochi e la loro dipendenza riguarda un solo tipo di gioco).

Le conseguenze della dipendenza sono devastanti: i giocatori patologici finiscono per indebitarsi per ingenti cifre di denaro e mettere a repentaglio la propria attività lavorativa (assenteismo e distrazione) e la vita familiare.

Il pensiero del gioco e del denaro perso non dà loro tregua, si scatena la rincorsa alla vincita che permette di “riportare le cose al loro posto” ma si tratta di un circolo vizioso più si gioca più si rischia di perdere e si perde. Questo induce il giocatore a mentire, a volte addirittura a rubare, per procacciarsi il denaro. Frustrazione e malessere possono condurre il giocatore a cercare sollievo, p.es. nel consumo di alcool, rischiano di incorrere in dipendenze collaterali che non fanno che aggravare il quadro generale già catastrofico. Possono, infine, apparire pensieri e tentativi di suicidio.

Spesso a pagarne le conseguenze (non solo economiche) sono anche e soprattutto le famiglie che si ritrovano, improvvisamente, sul lastrico, indebitate senza sapere perché; situazione che, una volta palesatasi porta a sviluppare nei confronti del giocatore patologico sentimenti come la rabbia, la vergogna, il senso di impotenza, che alla fine rischiano di scatenare vere e proprie crisi familiari.


Dipendenza da televisione

Il televisore è fra gli elettrodomestici più diffusi. La televisione nasce, come la maggior parte dei mass media, quale strumento di comunicazione e informazione e s’è guadagnata un ruolo insostituibile tra le attività che ogni individuo svolge nella propria giornata. Così come ogni altro mezzo di comunicazione, anche la TV può essere utilizzata in modo assennato o nocivo: la teledipendenza si sviluppa dal cattivo uso e, successivamente, dall’abuso di questo strumento.

Bisogna tener presente che, come per altre nuove forme di dipendenza, anche in questo caso interagiscono tanto fattori comportamentali individuali quanto fattori sociali legati al tipo ed alla qualità ed alla frequenza delle interazioni che si stabiliscono tra la singola persona e il suo entourage, e/o la comunità cui appartiene.

È importante notare come il ruolo originariamente svolto dalla TV sia andato connotandosi man mano in modo differente: da mezzo d’informazione e di svago, alla televisione è stato poi attribuito anche un ruolo d’intrattenimento e addirittura educativo nei confronti soprattutto del pubblico più giovane; alla TV è assegnato non solo il compito di suggerire stili di vita, d’abbigliamento,comportamentali, ma anche i valori morali: modelli da imitare e con i quali identificarsi, ormai sempre meno reperibili nel mondo reale (cfr. K. Popper, Cattiva maestra televisione, Reset, Milano 1994). Inoltre, essa assolve la funzione di antidoto “virtuale” alla solitudine (si pensi al ruolo di compagnia che essa svolge nella vita delle persone anziane) e in molti casi è il rifugio che permette di fuggire e d’isolarsi dai problemi e dalle responsabilità quotidiane.

Il cattivo uso della televisione qualche volta genera una vera e propria alienazione dalla realtà: al confronto diretto con il mondo circostante (sia che si tratti di rapporti interpersonali sia nel caso del contatto con l’ambiente, che ci tocca più o meno da vicino) viene a sostituirsi una relazione ed una costruzione di conoscenze e competenze mediata dal mass media e quindi subita ed accettata passivamente.

La dipendenza da televisione è strettamente legata a due tipi di comportamento, ossia il teleabuso, cioè un uso quantitativamente smodato, e la tele fissazione, vale a dire un atteggiamento passivo, isolato ed esclusivo del soggetto di fronte alla TV. Questo atteggiamento è tanto più rischioso se si considera una caratteristica importante della televisione e cioè il potere di impegnare non solo i sensi della vista e dell’udito, ma anche la sensibilità e le emozioni. La televisione è infatti in grado di influire sull’emotività, sulla parte irrazionale del cervello; addirittura, in determinate condizioni, questo genera effetti ipnotici (quando, per es., la fruizione avviene nella semioscurità, oppure quando diventa una specie di sottofondo ad altre attività, perciò la si subisce passivamente e quasi inconsapevolmente).

L’abuso (si intende qui un uso della TV superiore alle 3 ore quotidiane) e l’atteggiamento passivo e succube verso la televisione causano effetti deleteri, come l’incapacità a distinguere la realtà dalla finzione o dalla descrizione televisiva della realtà (che rappresenta l’unico mezzo informativo e anche sola finestra sul mondo) oppure come l’isolamento sociale ed il deterioramento dei rapporti con gli altri. Infine, l’incapacità e l’impossibilità di assumere attivamente e quindi criticamente le informazioni porta a sviluppare una vera e propria ipersensibilità verso quello che viene proposto dalla TV, tanto da manifestarsi nella eccessiva e smisurata preoccupazione riguardo alle notizie (per es. vere e proprie psicosi e attacchi di panico conseguenti a certe notizie riguardo alle guerre o ai possibili contagi, ai virus, ecc.). Inoltre, come si è detto, nel teledipendente cresce inconsapevolmente la necessità di corrispondere ad ogni costo ai modelli di vita proposti, più o meno realistici.

Questo implica un ulteriore problema che consiste nel fatto che, dalla dipendenza da TV possono insorgere altre dipendenze: per esempio, la vista in TV di determinati oggetti, pubblicizzati, può provocare l’irrefrenabile ed irrazionale desiderio e impulso all’acquisto degli stessi. Così, alla dipendenza da TV spesso si collegano altri comportamenti patologici, in questo caso lo shopping compulsivo.

Dipendenza da internet: I.A.D. (Internet Addiction Disorder)

Internet, come la televisione, costituisce un moderno ed ancor più efficace strumento di comunicazione ed informazione. La sua diffusione non conosce limiti né di età, né di ceto sociale. La rete, a differenza dalla TV, permette di trasferire nel mondo virtuale ogni tipo di attività: che si tratti del gioco, della ricerca di informazioni o di notizie, della comunicazione o dell’interazione con altre persone, del commercio, in Internet si riescono a trovare i mezzi adatti a soddisfare molte delle proprie necessità. Per lo meno in apparenza…

In realtà, non è pensabile delegare ad uno strumento tecnologico, per quanto efficiente possa dimostrarsi, la soluzione di problemi o la gestione di aspetti della vita dell’individuo che dipendono direttamente dalla capacità relazionale e dal contatto con gli altri (diversi studi hanno dimostrato come le relazioni interpersonali costruite attraverso la Rete telematica siano superficiali, poco solide e quindi di breve durata; inoltre spesso capita di incappare in brutte esperienze); occorre fare un uso consapevole e adeguato di tale mezzo di comunicazione, in modo da evitare tanto le cattive sorprese quanto di cadere nella spirale dell’abuso cui s’accompagna evidentemente il rischio di dipendenza (tra i primi a parlare di dipendenza da Internet e ad occuparsi del problema è stata una psicologa americana,la Dott.sa K. Young).

Attraverso numerosi studi è stato appurato che chi sviluppa una vera e propria dipendenza da Internet molto spesso presenta una serie di fattori predisponenti fra i quali una certa incapacità a relazionarsi con gli altri ed una conseguente insicurezza: i contatti “virtuali” permettono a queste persone di controllare ed attenuare le loro difficoltà. Così alla normale comunicazione “faccia a faccia” che implica necessariamente la vicinanza fisica e il confronto con l’altro, si sostituisce quella virtuale che crea solo l’illusione della soluzione del problema: l’individuo in questione rimarrà nonostante tutto nel suo isolamento: la distanza fisica viene mediata e falsata dal ricorso alla tecnologia che finisce per ridurne tanto il ruolo che l’importanza (l’elusione del confronto diretto con l’altro impoverisce la comunicazione di elementi fondamentali come l’espressione del volto, la gestualità, il tono della voce). Il risultato è che invece di dissolversi, lo stato di solitudine si autoalimenta poiché si passano sempre più ore a navigare e a chattare, tali attività impediscono il contatto reale, assolutamente necessario con il prossimo.

Chiudersi in una stanza e “vivere” on-line finirà per annichilire anche la possibilità e la capacità di uscire dal proprio piccolo mondo virtuale, compiere esperienze e conoscere persone e luoghi reali.

La dipendenza da Internet, come altre forme di dipendenza, procede attraverso uno sviluppo a tappe e la sua evoluzione dipende da anche dalle problematiche da cui è afflitto l’individuo prima della sua insorgenza.

Per sommi capi si può però definire una fase iniziale in cui si avverte una vera e propria necessità di ricorrere alla Rete per le più differenti ragioni (controllare più volte la posta elettronica; cercare informazioni; leggere le notizie che altrimenti si trovano nei quotidiani; chattare, giocare, ecc.).

Questa prima fase può evolvere in una vera e propria tossicofilia per cui si trascorre sempre più tempo in rete (anche diverse decine di ore alla settimana!) e, quando si disattiva il collegamento alla Rete, questo genera sensi di vuoto, di malessere e di ansia, fino a vere crisi di astinenza! Si tratta di sintomi che caratterizzano in modo determinante il periodo di tempo che l’individuo trascorre off-line. La vera e propria I.A.D. nasce,dunque, quando una persona non è più in grado di staccare dalla Rete; a questo punto ed ancora una volta, a farne le spese sono quasi tutti gli aspetti esistenziali dell’internauta dipendente: il lavoro, la scuola, la famiglia, i rapporti sociali, la salute fisica oltre a quella psichica.

Dipendenza da cellulare

Il telefonino rappresenta ormai un oggetto di uso comune; se in passato lo possedevano solo determinate persone che se ne servivano per questioni strettamente correlate alla propria attività lavorativa ed alla necessità di essere sempre e costantemente reperibili, oggi chiunque ne possiede uno indipendentemente dall’età o dal ruolo sociale che riveste. Alla maggiore diffusione del cellulare consegue un maggiore utilizzo dello stesso: non c’è momento della giornata o attività che, in un modo o nell’altro non viene organizzata o scandita da suonerie: chiamate, sms (l’uso di questi “messaggini” brevi e poco costosi ha finito per generare una vera e propria lingua contratta e sintetica che rischia di ripercuotersi non solo sulle modalità espressive degli sms ma anche sui loro contenuti), sveglia, promemoria,…per queste e mille altre necessità ormai ci si affida al telefonino.

Grazie al telefonino è costruita l’illusione di sicurezza e di controllo totale sulla nostra vita: i genitori sono tranquilli perché possono raggiungere i figli e sapere sempre dove si trovano (e viceversa), ognuno, in ogni situazione sa di poter contare, anche a distanza sulla presenza virtuale dei propri amici e parenti e quindi si sente meno solo; l’agenda ed i memo permettono di non dimenticare le faccende importanti, inoltre è possibile servirsi del cellulare a scopo ricreativo, come “riempi tempo”: anche l’apparecchio più semplice è dotato di funzioni quali giochi, foto-videocamera, radio, MP3, e così via.

Da semplice strumento di comunicazione il cellulare ha dunque finito per assumere valenze psicologiche di tutt’altra natura. In primo luogo, il cellulare permette di gestire la distanza nella comunicazione in due diverse maniere: se da un lato annulla la distanza tra colui che telefona ed il destinatario della chiamata, creando una falsa vicinanza ed un certo controllo sull’altro che diventa

sempre reperibile e localizzabile; d’altro lato, permette a chi telefona di stabilire una distanza di “sicurezza” dall’altro. Questo significa che il cellulare, mediando il contatto, permette a chi chiama di evitare di mettersi direttamente in gioco. Attraverso questo confronto indiretto il soggetto si tutela dall’impatto emotivo che un “faccia a faccia” inevitabilmente comporta. Ma una comunicazione di questo tipo non può, se non illusoriamente, sostituire quella reale, senza la saturarla o falsarne le dinamiche.

Come la televisione ed Internet anche il telefonino permette di alleviare situazioni di isolamento o solitudine: esso infatti permette di mantenere i contatti con chi è lontano. L’oggetto-cellulare diventa allora il segno di questa possibilità di contatto, e guai dimenticarlo! in questo caso il telefonino diventa un oggetto irrinunciabile pena sentirsi totalmente abbandonati, spegnerlo o non recarlo con sé finisce per significare il ritorno nella solitudine, l’abbandono a se stessi e quindi malessere. Questo atteggiamento apre la via all’abuso ed alla dipendenza. Non riuscire a fare a meno del telefonino significa anche non riuscire a distinguere la propria sfera personale e privata, dalla pubblica, ossia da quella condivisibile ed aperta agli altri. Senza questa capacità di distinzione è difficile riuscire a stabilire dei contatti significativi con gli altri proprio perché questi presuppongono distanza ed una zona di frontiera tra l’io e l’altro : infatti, senza questo spazio non si può costruire, non si può “dare luogo” a nessuna relazione, a nessun contatto.

Il rischio che l’abuso di questo mezzo di comunicazione implica consiste nel progressivo disimpegno e nella conseguente incapacità a relazionarsi con gli altri, inoltre si disimpara ad accettare i tempi reali delle relazioni con gli altri: il telefonino crea l’illusione che tutto sia immediato indipendente da tempi e spazi; ma in realtà le cose non stanno proprio così ed ogni contatto ogni interazione possiede ritmi peculiari e differenti, non omologabili.

L’uso problematico (soprattutto abuso) del cellulare può provocare una dipendenza, le cui conseguenze si ripercuotono tanto sulla salute fisica (mal di testa, vertigini, ecc) quanto sulla mente (per es. la necessità di stabilire un continuo contatto con i propri cari può provocare una dipendenza affettiva) quanto sociali(la mediazione del cellulare invece di risolvere problemi relazionali li cronicizza).


Dipendenza da lavoro

L’atteggiamento dell’uomo di fronte al lavoro è mutato nel corso dei millenni e dei secoli: considerato in passato un’attività poco decorosa e affidata agli schiavi, col tempo ha acquisito dignità (attorno al XVIII sec.) diventando un mezzo di affermazione sociale nonché il segno del passaggio all’età adulta e all’indipendenza. Sempre di più, l’identità personale di un soggetto collima con la sua identità lavorativa, anche per questo motivo si dedica sempre più spazio e tempo al lavoro.

Il lavoro è una attività comunemente diffusa, indispensabile, connotata positivamente e socialmente apprezzata. Quando però lo spazio occupato dall’attività lavorativa diventa sproporzionato rispetto alla vita dell’individuo, quando viene esaltata oltre misura, allora genera una situazione di malessere, recentemente definita con il termine “burnout” (cioè una sindrome da stress da lavoro che sfocia nell’esaurimento) che, in casi estremi, si traduce in una vera e propria lavoro-dipendenza (in inglese è detta workaholism, ma viene definita anche come sisifopatia).

Le cause di questa sindrome sono ancora una volta da ricercare nella necessità di affermazione a livello sociale ed emancipazione individuale (soprattutto a livello economico). Chi è affetto da lavoro-dipendenza generalmente non agisce per un piacere direttamente generato dal suo impegno, bensì in previsione di futuri piaceri, future gratificazioni (potere, successo, autostima e stima degli altri, ricchezza, ecc.). Esiste, però, anche un piacere direttamente generato dall’attività svolta: è il caso in cui sussiste una vera passione per proprio lavoro ed allora capita che ci si dedichi anche nel tempo libero. Capita poi che un individuo cerchi nel lavoro un mezzo per evitare di affrontare altri e più profondi problemi che attanagliano la sua vita: gettarsi a capofitto nel lavoro come fuga dalle proprie ansie e difficoltà esistenziali e relazionali. Così il lavoro, invece di rappresentare un mezzo per assicurarsi la sussistenza e quindi garantire dignitose condizioni di vita e la possibilità di dedicarsi anche ad altre attività (gratificanti, ricreative, preferite, ecc.), diventa la ragione ultima ed esclusiva dell’esistenza.

Tutti questi motivi confluiscono nell’insorgenza della dipendenza dal lavoro che si manifesta in vario modo: p.es. una frequenza al lavoro molto superiore delle ore dovute; il lavoro notturno prolungato per diverse notti; difficoltà a interagire con i colleghi; abuso di sostanze stimolanti (dal caffè alla cocaina), mancanza di dialogo con i familiari; separazioni e divorzi; solitudine; ma anche, in fase di dipendenza conclamata, problemi psico-fisici come frustrazione, stanchezza, gastrite, ipertensione, esaurimento e depressione che possono cronicizzarsi e degenerare fino a provocare infarti o suicidi.

Il fatto che il lavoro venga considerato una nobilissima occupazione del proprio tempo ha indotto a sottovalutare e a misconoscere il problema della dipendenza; soprattutto, ad accorgersene per primi non sempre sono i diretti interessati bensì, spesso, la famiglia che ne subisce le conseguenze (p. es. mogli e figli trascurati o maltrattati).

Dipendenza da shopping

La nostra società è caratterizzata da una diffusa tendenza al consumismo, all’acquisto non sempre giustificato da reali necessità; questa veicola ed incoraggia il possesso di determinati beni che palesano un certo stile di vita, accrescono il prestigio personale e il senso di appartenenza ad un determinato gruppo. Non solo: lo shopping è spesso considerato un’attività che permette di allontanarsi dallo stress quotidiano, di liberarsi dalle tensioni accumulate durante la giornata; un’attività appagate, gratificante e rilassante.

Si tratta dunque di un comportamento comunemente ben accettato, addirittura incoraggiato dalla società stessa e proprio per questo motivo diventa difficile definire il limite tra la normalità e la patologia: quando l’acquisto diventa una malattia e quali conseguenze genera?

Questa difficoltà ha un effetto importante che influisce a sua volta sulle conseguenze della dipendenza. Il fatto che i margini, che permettono di definire “patologico” un acquisto, siano tanto sfocati porta spesso ad una diagnosi tardiva ossia, ci si rende conto del problema quando la persona interessata ha già speso molto di più di quanto si poteva permettere, con le conseguenze economiche che tutti possono ben immaginare.

L’acquisto normale dovrebbe essere determinato da una certa necessità, dalle preferenze e dai gusti individuali, vale a dire dalla consapevolezza di ciò che in seguito si tradurrà nell’acquisto vero e proprio. Il normale shopping è determinato dall’intenzionalità dell’acquisto.

Chi è affetto dalla sindrome da shopping compulsivo compera per comperare, non c’è una vera intenzione all’acquisto, una coscienza di ciò che sta facendo; inoltre si indirizza verso oggetti non indispensabili, spesso molto esosi, ben al di sopra delle proprie disponibilità finanziarie; spesso questi oggetti possiedono un valore simbolico che si ricollega alla ricerca di affermazione personale, al senso vuoto e di inadeguatezza (fra i beni di consumo spesso oggetto di questo tipo di acquisto si possono annoverare prodotti di bellezza, abiti, ma anche computer, alta tecnologia, automobili, ecc.). Emerge, così, la convinzione che attraverso l’acquisto sia possibile “comperare” anche certe caratteristiche socialmente vincenti: il successo, la stima e l’affermazione personali, il prestigio sociale e così via. L’acquisto patologico ha un carattere compensatorio e/o consolatorio: permette non tanto di trovare piacere nell’acquisto, soddisfacendo così certi bisogni o desideri, quanto piuttosto di riempire quel vuoto, esorcizzare una paura o uno stato di malessere.

In che cosa consiste la dipendenza, come si sviluppa? La compulsività consiste nel fatto che colui che ne è affetto non è più in grado di controllare l’impulso all’acquisto (“buying impulse”) soprattutto si tratta di un desiderio irrefrenabile che diventa più intenso quando l’individuo si trova in situazioni di tensione e di stress: questi due fattori sono in grado di generare delle vere e proprie crisi di shopping, che se non vengono soddisfatte possono assumere le caratteristiche di vere e proprie crisi di astinenza (i sintomi somigliano a quelli generati dal mancato consumo di sostanze come le droghe).

Lo shopping compulsivo crea situazioni finanziariamente disastrose con gravi conseguenze sociali a livello individuale e familiare (povertà, indebitamento, ecc. che a volte, purtroppo, coinvolgono intere famiglie); di conseguenza la persona tende a sviluppare veri e propri sensi vergogna e di colpa, perciò escogita innumerevoli stratagemmi per nascondere il suo problema, comportamento che rende ancora più difficile il depistaggio tempestivo di questa patologia.

Vale, per lo shopping compulsivo, la stessa osservazione compiuta per altre forme di dipendenza: oggigiorno assistiamo allo sviluppo di polidipendenze, vale a dire che un solo soggetto sviluppa dipendenza da più sostanze o comportamenti (p. es., in questo caso, la dipendenza combinata fra TV e shopping, dove spesso la sindrome da acquisto compulsivo non è che secondaria e, quindi, se la si vuole curare occorrerà prima affrontare la teledipendenza); insorgono pure dipendenze “miste” da sostanze e comportamenti patologici.

Dipendenza da sette

La religione è una parte importante della vita di alcune persone; essa determina il rapporto che s’istituisce fra l’individuo e l’Alterità. Attraverso la religione l’individuo cerca di spiegare finalisticamente la sua esistenza (la prospettiva di una vita al di là della morte; un Ente supremo creatore). La religione consente di darsi quelle risposte altrimenti difficilmente reperibili; per certi versi, soddisfa una necessità caratteristica dell’essere umano: quella appunto di cercare e di darsi delle spiegazioni anche per fenomeni o domande cui non trova risposte attraverso la propria ragione.

La religione se degenera in forme particolari di dipendenza come il fanatismo e l’adesione a certe sette che fanno del controllo psicologico di ogni aspetto della vita dell’individuo il fondamento della propria esistenza, obnubilandone la capacità critica, il pensiero indipendente la possibilità di decidere attivamente della propria vita. In molti casi la rigidità e la perentorietà dei discorsi, la definizione drastica e manichea di ciò che è giusto o meno, portano a veri e propri lavaggi del cervello che scaturiscono in condizioni di grave dipendenza dell’adepto dal credo e dai suoi propugnatori (qualcosa del genere succede in seno alla maggior parte delle sette).

Il fanatismo è una forma di dipendenza religiosa che porta il fanatico ad un’esaltazione e ad una esasperazione del messaggio e della figura divini, tale da giustificare atteggiamenti aggressivi tanto verso se stesso quanto verso gli altri: in questo modo, un atteggiamento che in prima istanza si caratterizza per la sua passività (il fanatico agisce perché così vuole il dio ed obbedisce al credo cui aderisce) diventa una forma di abuso verso gli altri, perché non si riconoscono nella stessa credenza, e quindi deviano da quell’unica e giusta via.

Chi ha sviluppato una simile dipendenza da credenza religiosa da una setta non è più in grado di assumere un atteggiamento critico nei confronti di essa, dunque non ne mette in dubbio l’autorità e i contenuti e si attiene strettamente alle regole ed agli insegnamenti impartiti dalla divinità o dai suoi sacerdoti. C’è una sorta di rinuncia della propria autonomia di pensiero e di delega alla setta delle decisioni e delle scelte. Cosa questa che evidentemente solleva dalle responsabilità e dalla fatica che ogni decisione, scelta o confronto con la realtà impone a ciascuno attivandone profondi e complessi meccanismi di elaborazione. La setta garantisce un alleggerimento da questo processo al costoso prezzo della propria libertà e autonomia. In qualche modo il funzionamento della setta riattiva il rapporto arcaico con un genitore onnipotente che decide per sé e ha tutte le risposte risultando fortemente rassicurante. Una riattivazione arcaica che infantilizza il soggetto e lo proietta a modalità di funzionamento primitive incentrate sulla dipendenza e sulla propria impotenza.

Spesso i dipendenti da sette cercano nella divinità e nell’aldilà quella situazione idilliaca e la felicità che in questa vita non riescono a costruire; oppure delegano loro la soluzione di problemi che da soli non riescono a risolvere.

L’ottenimento della felicità ultraterrena dipende dalla perfetta ottemperanza al volere divino così da aggiudicarsi il meritato premio: la felicità la redenzione ecc. Questo sistema di premi e punizioni però implica un continuo altalenare tra stima di sé e vergogna o paura di non agire in modo gradito alla divinità e quindi giusto. Il raggiungimento della perfezione nelle azioni, la perfetta percorrenza dell’unica via di “salvezza” diventa la sola ragione della vita dell’individuo, ma questa ricerca di perfezione è tanto illusoria quanto impossibile e l’impossibilità genera frustrazione e paura: la persona cade così in un circolo vizioso al quale consegue un attaccamento ancora più accanito ed esasperato alla credenza e ai suoi rituali, che costituiscono lo strumento che le permette di controllare la paura di sbagliare e il relativo sentimento di vergogna e di disistima.