Dipendenze senza sostanze - Lavoro, shopping, sette

Dipendenza da lavoro

L’atteggiamento dell’uomo di fronte al lavoro è mutato nel corso dei millenni e dei secoli: considerato in passato un’attività poco decorosa e affidata agli schiavi, col tempo ha acquisito dignità (attorno al XVIII sec.) diventando un mezzo di affermazione sociale nonché il segno del passaggio all’età adulta e all’indipendenza. Sempre di più, l’identità personale di un soggetto collima con la sua identità lavorativa, anche per questo motivo si dedica sempre più spazio e tempo al lavoro.

Il lavoro è una attività comunemente diffusa, indispensabile, connotata positivamente e socialmente apprezzata. Quando però lo spazio occupato dall’attività lavorativa diventa sproporzionato rispetto alla vita dell’individuo, quando viene esaltata oltre misura, allora genera una situazione di malessere, recentemente definita con il termine “burnout” (cioè una sindrome da stress da lavoro che sfocia nell’esaurimento) che, in casi estremi, si traduce in una vera e propria lavoro-dipendenza (in inglese è detta workaholism, ma viene definita anche come sisifopatia).

Le cause di questa sindrome sono ancora una volta da ricercare nella necessità di affermazione a livello sociale ed emancipazione individuale (soprattutto a livello economico). Chi è affetto da lavoro-dipendenza generalmente non agisce per un piacere direttamente generato dal suo impegno, bensì in previsione di futuri piaceri, future gratificazioni (potere, successo, autostima e stima degli altri, ricchezza, ecc.). Esiste, però, anche un piacere direttamente generato dall’attività svolta: è il caso in cui sussiste una vera passione per proprio lavoro ed allora capita che ci si dedichi anche nel tempo libero. Capita poi che un individuo cerchi nel lavoro un mezzo per evitare di affrontare altri e più profondi problemi che attanagliano la sua vita: gettarsi a capofitto nel lavoro come fuga dalle proprie ansie e difficoltà esistenziali e relazionali. Così il lavoro, invece di rappresentare un mezzo per assicurarsi la sussistenza e quindi garantire dignitose condizioni di vita e la possibilità di dedicarsi anche ad altre attività (gratificanti, ricreative, preferite, ecc.), diventa la ragione ultima ed esclusiva dell’esistenza.

Tutti questi motivi confluiscono nell’insorgenza della dipendenza dal lavoro che si manifesta in vario modo: p.es. una frequenza al lavoro molto superiore delle ore dovute; il lavoro notturno prolungato per diverse notti; difficoltà a interagire con i colleghi; abuso di sostanze stimolanti (dal caffè alla cocaina), mancanza di dialogo con i familiari; separazioni e divorzi; solitudine; ma anche, in fase di dipendenza conclamata, problemi psico-fisici come frustrazione, stanchezza, gastrite, ipertensione, esaurimento e depressione che possono cronicizzarsi e degenerare fino a provocare infarti o suicidi.

Il fatto che il lavoro venga considerato una nobilissima occupazione del proprio tempo ha indotto a sottovalutare e a misconoscere il problema della dipendenza; soprattutto, ad accorgersene per primi non sempre sono i diretti interessati bensì, spesso, la famiglia che ne subisce le conseguenze (p. es. mogli e figli trascurati o maltrattati).

Dipendenza da shopping

La nostra società è caratterizzata da una diffusa tendenza al consumismo, all’acquisto non sempre giustificato da reali necessità; questa veicola ed incoraggia il possesso di determinati beni che palesano un certo stile di vita, accrescono il prestigio personale e il senso di appartenenza ad un determinato gruppo. Non solo: lo shopping è spesso considerato un’attività che permette di allontanarsi dallo stress quotidiano, di liberarsi dalle tensioni accumulate durante la giornata; un’attività appagate, gratificante e rilassante.

Si tratta dunque di un comportamento comunemente ben accettato, addirittura incoraggiato dalla società stessa e proprio per questo motivo diventa difficile definire il limite tra la normalità e la patologia: quando l’acquisto diventa una malattia e quali conseguenze genera?

Questa difficoltà ha un effetto importante che influisce a sua volta sulle conseguenze della dipendenza. Il fatto che i margini, che permettono di definire “patologico” un acquisto, siano tanto sfocati porta spesso ad una diagnosi tardiva ossia, ci si rende conto del problema quando la persona interessata ha già speso molto di più di quanto si poteva permettere, con le conseguenze economiche che tutti possono ben immaginare.

L’acquisto normale dovrebbe essere determinato da una certa necessità, dalle preferenze e dai gusti individuali, vale a dire dalla consapevolezza di ciò che in seguito si tradurrà nell’acquisto vero e proprio. Il normale shopping è determinato dall’intenzionalità dell’acquisto.

Chi è affetto dalla sindrome da shopping compulsivo compera per comperare, non c’è una vera intenzione all’acquisto, una coscienza di ciò che sta facendo; inoltre si indirizza verso oggetti non indispensabili, spesso molto esosi, ben al di sopra delle proprie disponibilità finanziarie; spesso questi oggetti possiedono un valore simbolico che si ricollega alla ricerca di affermazione personale, al senso vuoto e di inadeguatezza (fra i beni di consumo spesso oggetto di questo tipo di acquisto si possono annoverare prodotti di bellezza, abiti, ma anche computer, alta tecnologia, automobili, ecc.). Emerge, così, la convinzione che attraverso l’acquisto sia possibile “comperare” anche certe caratteristiche socialmente vincenti: il successo, la stima e l’affermazione personali, il prestigio sociale e così via. L’acquisto patologico ha un carattere compensatorio e/o consolatorio: permette non tanto di trovare piacere nell’acquisto, soddisfacendo così certi bisogni o desideri, quanto piuttosto di riempire quel vuoto, esorcizzare una paura o uno stato di malessere.

In che cosa consiste la dipendenza, come si sviluppa? La compulsività consiste nel fatto che colui che ne è affetto non è più in grado di controllare l’impulso all’acquisto (“buying impulse”) soprattutto si tratta di un desiderio irrefrenabile che diventa più intenso quando l’individuo si trova in situazioni di tensione e di stress: questi due fattori sono in grado di generare delle vere e proprie crisi di shopping, che se non vengono soddisfatte possono assumere le caratteristiche di vere e proprie crisi di astinenza (i sintomi somigliano a quelli generati dal mancato consumo di sostanze come le droghe).

Lo shopping compulsivo crea situazioni finanziariamente disastrose con gravi conseguenze sociali a livello individuale e familiare (povertà, indebitamento, ecc. che a volte, purtroppo, coinvolgono intere famiglie); di conseguenza la persona tende a sviluppare veri e propri sensi vergogna e di colpa, perciò escogita innumerevoli stratagemmi per nascondere il suo problema, comportamento che rende ancora più difficile il depistaggio tempestivo di questa patologia.

Vale, per lo shopping compulsivo, la stessa osservazione compiuta per altre forme di dipendenza: oggigiorno assistiamo allo sviluppo di polidipendenze, vale a dire che un solo soggetto sviluppa dipendenza da più sostanze o comportamenti (p. es., in questo caso, la dipendenza combinata fra TV e shopping, dove spesso la sindrome da acquisto compulsivo non è che secondaria e, quindi, se la si vuole curare occorrerà prima affrontare la teledipendenza); insorgono pure dipendenze “miste” da sostanze e comportamenti patologici.

Dipendenza da sette

La religione è una parte importante della vita di alcune persone; essa determina il rapporto che s’istituisce fra l’individuo e l’Alterità. Attraverso la religione l’individuo cerca di spiegare finalisticamente la sua esistenza (la prospettiva di una vita al di là della morte; un Ente supremo creatore). La religione consente di darsi quelle risposte altrimenti difficilmente reperibili; per certi versi, soddisfa una necessità caratteristica dell’essere umano: quella appunto di cercare e di darsi delle spiegazioni anche per fenomeni o domande cui non trova risposte attraverso la propria ragione.

La religione se degenera in forme particolari di dipendenza come il fanatismo e l’adesione a certe sette che fanno del controllo psicologico di ogni aspetto della vita dell’individuo il fondamento della propria esistenza, obnubilandone la capacità critica, il pensiero indipendente la possibilità di decidere attivamente della propria vita. In molti casi la rigidità e la perentorietà dei discorsi, la definizione drastica e manichea di ciò che è giusto o meno, portano a veri e propri lavaggi del cervello che scaturiscono in condizioni di grave dipendenza dell’adepto dal credo e dai suoi propugnatori (qualcosa del genere succede in seno alla maggior parte delle sette).

Il fanatismo è una forma di dipendenza religiosa che porta il fanatico ad un’esaltazione e ad una esasperazione del messaggio e della figura divini, tale da giustificare atteggiamenti aggressivi tanto verso se stesso quanto verso gli altri: in questo modo, un atteggiamento che in prima istanza si caratterizza per la sua passività (il fanatico agisce perché così vuole il dio ed obbedisce al credo cui aderisce) diventa una forma di abuso verso gli altri, perché non si riconoscono nella stessa credenza, e quindi deviano da quell’unica e giusta via.

Chi ha sviluppato una simile dipendenza da credenza religiosa da una setta non è più in grado di assumere un atteggiamento critico nei confronti di essa, dunque non ne mette in dubbio l’autorità e i contenuti e si attiene strettamente alle regole ed agli insegnamenti impartiti dalla divinità o dai suoi sacerdoti. C’è una sorta di rinuncia della propria autonomia di pensiero e di delega alla setta delle decisioni e delle scelte. Cosa questa che evidentemente solleva dalle responsabilità e dalla fatica che ogni decisione, scelta o confronto con la realtà impone a ciascuno attivandone profondi e complessi meccanismi di elaborazione. La setta garantisce un alleggerimento da questo processo al costoso prezzo della propria libertà e autonomia. In qualche modo il funzionamento della setta riattiva il rapporto arcaico con un genitore onnipotente che decide per sé e ha tutte le risposte risultando fortemente rassicurante. Una riattivazione arcaica che infantilizza il soggetto e lo proietta a modalità di funzionamento primitive incentrate sulla dipendenza e sulla propria impotenza.

Spesso i dipendenti da sette cercano nella divinità e nell’aldilà quella situazione idilliaca e la felicità che in questa vita non riescono a costruire; oppure delegano loro la soluzione di problemi che da soli non riescono a risolvere.

L’ottenimento della felicità ultraterrena dipende dalla perfetta ottemperanza al volere divino così da aggiudicarsi il meritato premio: la felicità la redenzione ecc. Questo sistema di premi e punizioni però implica un continuo altalenare tra stima di sé e vergogna o paura di non agire in modo gradito alla divinità e quindi giusto. Il raggiungimento della perfezione nelle azioni, la perfetta percorrenza dell’unica via di “salvezza” diventa la sola ragione della vita dell’individuo, ma questa ricerca di perfezione è tanto illusoria quanto impossibile e l’impossibilità genera frustrazione e paura: la persona cade così in un circolo vizioso al quale consegue un attaccamento ancora più accanito ed esasperato alla credenza e ai suoi rituali, che costituiscono lo strumento che le permette di controllare la paura di sbagliare e il relativo sentimento di vergogna e di disistima.